Il medico che si operò da solo: la storia incredibile di Rogozov
- 9 giu
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Nel 1961, durante una spedizione scientifica sovietica in Antartide, il medico Leonid Rogozov si trovò ad affrontare una situazione estrema. Colpito da una grave appendicite e impossibilitato a ricevere aiuti esterni a causa delle condizioni climatiche, fu costretto a prendere una decisione incredibile: operarsi da solo per salvarsi la vita. Questo episodio è diventato uno dei casi più straordinari nella storia della medicina.
Rogozov faceva parte della sesta spedizione antartica sovietica. Mentre il team di dodici uomini era bloccato in una base isolata in Antartide da bufere di neve e temperature insostenibili, il medico avvertì i sintomi inequivocabili di un’appendicite acuta. Essendo l’unico dottore nel raggio di migliaia di chilometri e con i voli impossibilitati dalle condizioni meteo, comprese che ogni tentativo di soccorso sarebbe arrivato troppo tardi. Di fronte a questa situazione, non gli rimase altra scelta se non tentare un intervento su sé stesso.
L'intervento iniziò alle ore 22:00 del 30 aprile. A fargli da assistenti non c’erano infermieri, ma un meteorologo e un meccanico, incaricati di reggere uno specchio e una lampada, per permettere a Rogozov di vedere meglio ciò che stava facendo. L’intervento durò quasi due ore. Durante l’operazione, Rogozov rischiò più volte di perdere i sensi a causa dell’emorragia e della debolezza, e fu costretto a fermarsi per brevi pause per riuscire a continuare. Terminata l’operazione, il chirurgo riuscì a rimuovere l’organo, ormai in condizioni molto gravi, e a richiudere la ferita. La fase di recupero dopo l’intervento fu regolare: i sintomi della malattia scomparvero e, dopo cinque giorni, sparì anche la febbre. I punti di sutura vennero rimossi sette giorni dopo l'intervento. Due settimane dopo, Rogozov riprese a lavorare regolarmente nella sua base. La sua storia divenne immediatamente un simbolo di eroismo in Unione Sovietica, ma per Rogozov rimase semplicemente il dovere di un medico che non poteva permettersi di morire.
Giorgia Carbon e Chiara Inì
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