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Editoriale-Carpe Diem

  • 9 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

     “Carpe Diem” - “Cogli l’Attimo”    

                                                                         Orazio                                                                                                                                       

Ricordo ancora il giorno in cui tutto è iniziato, durante il secondo anno di liceo: i ragazzi della redazione, come ogni anno, erano venuti nella nostra classe per chiedere chi volesse partecipare al giornale scolastico e io, spinta dall'incoraggiamento di un insegnante che ha creduto in me prima ancora che ci credessi io stessa, ho deciso di fare quel passo e immergermi in quella che, per me, rappresentava una nuova avventura. Ero una ragazza timida, ma molto ambiziosa, con la testa e il cuore già pieni di sogni e di domande a cui non vedevo l'ora di dare delle risposte. Come tutti, anche io, in piena fase adolescenziale, ero travolta da quella tipica paura e confusione di chi possiede un'energia immensa e deve ancora compiere quel percorso di maturità personale necessario a canalizzare i propri desideri e a dare loro una direzione consapevole. Oggi, però, ormai al quinto anno, firmare questo editoriale da direttrice non è il semplice traguardo di un ruolo, ma il riflesso di una consapevolezza ben più profonda: quella di essere cambiata, cresciuta e, soprattutto, di aver trovato proprio qui la mia vera maturità, trasformando quei sogni nella forza consapevole con cui oggi guardo al futuro.  In questi cinque anni si racchiude, infatti, il senso più autentico della maturità, una parola che in questi giorni in prossimità degli esami sentiamo ripetere ovunque, ma che troppo spesso riduciamo a un semplice voto o a una formalità burocratica. La vera maturità, però, non si misura in centesimi, ma coincide con una profonda metamorfosi interiore: è la capacità di guardarsi dentro, di accettare il cambiamento e di assumersi la responsabilità della propria voce. È il percorso di cui parlava Nietzsche quando descriveva le evoluzioni dello spirito, ovvero quel cammino necessario in cui ci si libera dai pesi imposti dall'esterno per diventare leone e, infine, fanciullo, riscoprendo la capacità matura di creare e di guardare il mondo con occhi puri, liberi ed entusiasti. Diventare direttrice e lasciare una mia impronta tra queste pagine è stato il mio modo di dare forma a questa maturità intellettuale e umana. Raggiungere questa consapevolezza, però, significa anche imparare a navigare nel disordine delle proprie emozioni e questo rappresenta una delle difficoltà maggiori per noi giovani, immersi costantemente in una realtà in cui difficilmente riusciamo ad essere noi stessi. 

Freud ci ha insegnato che la nostra psiche è un territorio complesso, pieno di conflitti sotterranei tra ciò che mostriamo e ciò che proviamo, e la maturità sta proprio nel non temere questa complessità. La letteratura del Novecento ha saputo raccontare questa frantumazione e la successiva conquista di sé in modo straordinario. Basti pensare a Svevo e alla "Coscienza di Zeno", dove l'apparente inettitudine si trasforma in una spinta vitale per capirsi profondamente, dimostrando che l'uomo maturo è colui che accetta le proprie fragilità, oppure a James Joyce e alle sue epifanie, quei momenti improvvisi di illuminazione in cui un piccolo dettaglio ti rivela chi sei davvero, squarciando il velo dell'infanzia per proiettarti nell'età adulta. Se guardo indietro a questi cinque anni, questa conquista della maturità mi appare come un dipinto surrealista, una tela di Dalí, dove il tempo si dilata, le forme cambiano e l'irrazionale si mescola alla realtà. Il liceo è stato proprio questo: un quadro sorprendente che ha spento le mie incertezze per spingermi a ricomporre la mia personalità, trasformando quella timidezza iniziale nella maturità forte e consapevole che oggi mi dà la forza di inseguire e raggiungere i miei obiettivi più grandi. Questa scuola, e di conseguenza questo giornale, mi hanno dato le ali per credere che nessun traguardo è impossibile. Ora che sono alla fine del mio viaggio, sento un'emozione fortissima e un pizzico di nostalgia per i corridoi che lascerò e per i compagni che, nel bene o nel male, hanno rappresentato il fulcro vitale di questa avventura, consapevole che l'esame che ci aspetta è solo il simbolo di una maturità che abbiamo già conquistato giorno dopo giorno. Se mi volto indietro oggi, l'unico consiglio che sento di lasciarvi è questo: vivetevi ogni singolo istante di questo viaggio, cogliete l’attimo con tutta l'intensità di cui siete capaci. Coltivate i vostri sogni, non spegneteli mai, non spegnete mai quella luce che avete negli occhi, perché nonostante la fatica, le ansie e le notti passate sui libri, gli anni del liceo resteranno i più incredibili, intensi e belli della vostra vita, ricordando che la fine di questo viaggio è solo l'inizio del nostro capolavoro. Ora tocca a voi! Per l’ultima volta da direttrice,


                                                                                              Bora Guna

                                                                                                                                    


 

                                                                                                                                                             

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