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Fast fashion,chi paga davvero per i nostri vestiti?

  • 25 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

   

Il fast fashion, la “moda veloce”, è un modello di produzione e vendita nel mondo della moda che punta a creare e a vendere abiti in modo rapido e a basso costo.

Dietro questi vestiti così economici si nasconde, però, una realtà fatta di inquinamento, sfruttamento e consumismo.Molti grandi marchi del fast fashion producono i propri vestiti in paesi dove i diritti dei lavoratori non esistono: uomini,donne e bambini lavorano per più di 15 ore al giorno, senza ferie o giorni liberi, in condizioni di degrado e per salari minimi, senza avere tutela o sicurezza.Tutto ciò accade perché la produzione in questi luoghi costa meno, permettendo alle aziende di vendere tanto e a basso prezzo, mantenendo comunque un alto profitto.Il fast fashion ha impatti gravi anche sull'ambiente: la produzione di abiti a basso costo richiede grosse quantità di acqua, energia e risorse naturali.L'industria tessile, in particolare, è tra le più inquinanti al mondo, perché le tinture e i trattamenti chimici rilasciano sostanze tossiche nei fiumi, danneggiando gli ecosistemi.

A parte i danni ambientali e lo sfruttamento dei lavoratori,il fast fashion ha un forte impatto anche sul piano psicologico e sociale.La continua esposizione a nuove tendenze e il sovraccarico di contenuti sui social alimentano l'idea che ciò che possediamo non sia mai abbastanza, generando insoddisfazione e una corsa costante al consumo, specialmente tra i più giovani.

Inoltre, la cultura dell'usa e getta incoraggia superficialità e disinteresse verso il reale valore delle cose, influenzando negativamente il rapporto con i beni materiali. Per ridurre i danni del fast fashion è fondamentale comprare meno e scegliere capi di qualità, preferendo brand sostenibili. Acquistare abiti usati e riciclare aiuta a diminuire sprechi e inquinamento.  

Cambiare è possibile, e parte da scelte più consapevoli.

Vale davvero la pena risparmiare a danno del pianeta e delle persone?

                                 

                                     Elena Dina e Marianna Migliore


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