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Kawah Ijen

  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Il Kawah Ijen, uno dei crateri contenuto all'interno della depressione vulcanica della caldera ljen, situato nella parte orientale dell’isola di Giava, è uno dei luoghi più affascinanti e inquietanti dell’arcipelago indonesiano. 

All’interno del cratere si trova il più grande lago acido del pianeta, con un livello di acidità pari a 0,5 sulle sponde e 0,13 nella parte centrale. Il colore del lago, che varia dal turchese brillante al verde, è causato dall’alta concentrazione di zolfo e metalli disciolti. Nonostante la sua bellezza, il lago è altamente pericoloso e le esalazioni di gas solforosi rendono l’area potenzialmente letale. Tuttavia, il fenomeno più celebre di Kawah Ijen è rappresentato dalle “fiamme blu”, visibili esclusivamente di notte. Si tratta di gas solforici che fuoriescono ad alta pressione e temperatura (fino a 600°C) da fratture presenti nel vulcano e, entrando in contatto con l’ossigeno, prendono fuoco, creando di fatto uno spettacolo di fiamme blu. Questo evento naturale, unico nel suo genere, ha contribuito alla nascita di numerose leggende locali. Secondo una di esse, le fiamme blu sarebbero l’anima del vulcano, uno spirito antico che protegge la montagna e punisce chi non la rispetta. Un’altra leggenda racconta che il lago sia nato dalle lacrime di una dea tradita, il cui dolore avrebbe reso l’acqua corrosiva e mortale. 

Accanto alla dimensione mitica e naturale, il Kawah Ijen mostra anche il suo volto più duro: quello del lavoro dei minatori di zolfo. Ogni giorno essi scendono nel cratere per estrarre zolfo liquido tramite tubi inseriti nelle fessure, che appare di colore rosso sangue quando è ancora fuso, per poi diventare giallo quando solidifica. Così, i minatori trasportano a spalla carichi di zolfo solido di circa 70 chilogrammi, percorrendo ripidi sentieri due volte al giorno e  respirando gas tossici. Non a caso lo zolfo viene chiamato “oro del diavolo”: una risorsa preziosa, ma ottenuta a un prezzo altissimo. 

Questa realtà richiama da vicino le denunce contenute nell’inchiesta di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti sulle miniere di zolfo siciliane di fine Ottocento, dove uomini e bambini lavoravano in condizioni disumane. Cambiano i luoghi e i secoli, ma la logica dello sfruttamento resta simile. Il Kawah Ijen diventa così non solo un luogo di straordinaria bellezza, ma anche un simbolo universale del complesso rapporto tra l’uomo e la natura.


Gioia Scifo


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