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Separazione delle carriere: giustizia a un bivio

  • 9 mag 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

La proposta del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, è destinata a cambiare profondamente il sistema giudiziario italiano. L’idea nasce dall’esigenza di garantire una maggiore imparzialità nel processo, evitando che chi accusa e chi giudica possa percorrere lo stesso iter professionale. Attualmente, un magistrato può passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice, e viceversa, creando il rischio che una mentalità più vicina all’accusa influenzi la funzione giudicante. Nordio ritiene che questa sovrapposizione possa minare la percezione di neutralità e che solo una divisione netta possa rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia.

La riforma prevede la creazione di due carriere separate fin dall’ingresso in magistratura. Giudici e pubblici ministeri verrebbero formati in percorsi distinti e non avrebbero più la possibilità di passare da una funzione all’altra. Inoltre, il Consiglio Superiore della Magistratura, oggi unico organo di autogoverno della magistratura, verrebbe sdoppiato: uno per la carriera giudicante, l’altro per quella requirente. A vigilare sul corretto funzionamento del sistema ci sarebbe un’Alta Corte disciplinare, incaricata di garantire indipendenza e trasparenza.

Il dibattito su questa proposta è acceso. Da un lato, i sostenitori ritengono che sia un passo necessario per allineare l’Italia ai modelli di altri Paesi europei e per evitare potenziali conflitti di interesse; dall’altro, c’è il timore che la riforma possa indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, rendendoli più vulnerabili alle pressioni della politica, oppure che la creazione di due magistrature separate possa allungare i tempi della giustizia anziché snellirli.

Quel che è certo, è che questa riforma rappresenta una svolta. Se approvata, potrebbe riscrivere gli equilibri tra accusa e difesa, con effetti che si faranno sentire per decenni.

La giustizia italiana è davvero pronta a questa rivoluzione?

La risposta arriverà solo nel tempo.


Gabriele Pitino

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